Domenica

Domenica

 

La domenica mi manchi.

Mi manca un idea, mi manchi tu.

La domenica mi manchi.

Mi manca il caffè, le risate sottovoce.

La domenica é un giorno per l’amore, per l amicizia, la domenica é un giorno per noi.

Ma tu non ci sei, cosí di domenica mi manchi e io ti invento, mi invento.

 

Chiara

Firenze

Firenze, oh bella Firenze,

Mentre gli altri camminano e guardano,

Io scorgo la tua bellezza nel perdermi fra la gente,

In strade che non conoscono.

Perdersi fra i sorrisi dei turisti a ponte vecchio.

Fra un calice di vino al Santo Spirito.

Firenze, oh bella Firenze,

Di te parlano poeti, scrittori,

Viandanti, giramondo,

E poi parlo io che riesco solo a dire:

Firenze, oh bella Firenze, strappami il cuore piano.

Chiara

Parliamo di arte: Spazio ai giovanI!

I quadri di Martina Formaini

Qualcuno di voi mi ha chiesto di dedicare un piccolo spazio all’arte. Non me la sono sentita di dire di no, anche se lo farò in una maniera un po alternativa. Spazio ai giovani e ai talenti nascosti.

Per l’occasione ho incontrato Martina Formaini. Parliamo di lei e con lei.

Breve Biografia

Martina Formaini nasce a Riva del Garda nel lontano 1987. Intraprende i primi studi di tipo Linguistico e una volta diplomata si trasferisce a Padova dove si iscrive alla facoltà di Psicologia. Attualmente svolge l’attività di tirocinante per poter affrontare l’esame di stato professionalizzante e in contemporanea sta acquisendo il diploma in Psicomotricità relazionale.

Intervista.

Chi sei?

“Eh, bella domanda! E’ difficile rispondere perchè è una domanda a cui cerco di avvicinarmi giorno per giorno, con quello che la vita mi pone cercando di conciliare vita professionale e vita privata, quindi anche i miei sogni e la parte più personale di me. E da qui viene fuori anche la parte di me legata all’arte.”

Come ti sei avvicinata all’arte?

“Non mi ci sono avvicinata, ma è un qualcosa che fa parte di me da quando ero piccola. Amavo disegnare, stare tra matite, pennarelli e ho acquisito le prime tecniche a scuola, tra medie e superiori in cui però vi era sempre una sorta di prestazione. Voti, uso di tecniche specifiche e dunque la spontaneità era pur sempre limitata. Mi sono liberata e ho dato forma ai miei quadri, alle mie foto, una volta uscita da questi canoni prestabiliti e ho incominciato a tirare fuori quello che avevo dentro, dando totalmente spazio alla mia creatività, emozioni, sentimenti. 

Mi concedo molto di più all’arte e utilizzo questo canale quando la vita mi mette davanti a situazioni difficili, o voglio prendermi un momento per riflettere e rilassarmi. E’ un momento per stare con me ed esprimere i miei sentimenti, i miei stati d’animo.

Questa è una parte di me che come tale è a tratti prevalente e a tratti più nascosta, è un viaggio interiore. “

Abbiamo parlato di matite e pennelli, so che vuoi dire qualcosa a riguardo.. 🙂

“Lo strumento che conosco meglio sono le matite colorate e i miei primi disegni sono fatti utilizzando questi attrezzi: lasciano un tratto ben definito, chiaro, comunque mescolabile ad altri colori.

Esse possono creare sfumature o tracciare tratti densi, forti e mi sono servite soprattutto nei primi anni aiutandomi a definire anche i miei stati d’animo e mettere su carta, delineando, dando corpo a ciò che avevo dentro, chiarezza nelle sue mille sfumature. 

Nel “secondo periodo” sto sperimentando e sentendo questo passaggio/evoluzione dalle matite ai pennelli e non è più prioritario esprimere questo senso di chiarezza e definitezza.

I pennelli  hanno uno scopo diverso. Non ho più bisogno di definire bene i contorni e con essi sperimento la mancanza di controllo, utilizzo i colori in una maniera meno calcolata, definita.

C’è sempre una parte di preparazione in cui stendo il colore e decido le sfumature da usare, scelgo che colori utilizare, c’è una pianificazione in cui definisco la struttura base ma il modo in cui utilizzo i pennelli e i colori è dinamico. E’ come un vulcano i colori seguono un getto libero, è un’esplosione, io lascio che la goccia cada e non la correggo. Sto sperimentando queste sensazioni complementari alla matita, totalmente liberatorie rispetto alla precisione e perfezione ricercate precedentemente.”

Come definiresti i tuoi disegni?

“Non ho mai pensato a dovergli dare una definizione, ma li considero come delle espressioni di me, dei vari momenti che affronto nella mia vita, sentimenti, situzioni. E’ il mettere su carta quello che sto vivendo quotidianamente quando mi concedo il tempo di fare un resoconto, di riassumermi, fare un punto della situazione.

Non ho la pretesa di mettere in mostra i miei quadri per esibire  agli altri la mia tecnica, non voglio esporli  per vantarmi di quello che faccio ma perchè possano essere visti per quello che liberamente trasmettono e far suscitare in chi li guarda pareri, giudizi, riflessioni.

E’ un qualcosa che faccio per me, ma noto che comunque piacciono perchè hanno un loro impatto anche sugli altri:  per l’accostamento di colori, per le loro linee, per i contrasti o per quello che guardandoli sono in grado di far suscitare. Le persone possono prenderli come punto di riflessione su di loro o possono semplicemente apprezzare il disegno in sè.”

A quale di questi sei più affezionata?

“Non sono affezionata a uno di essi in particolare, tuttavia alcuni mi ricordano certi momenti difficili, o significativi in cui mi sono concessa il lusso e la fatica di esprimere quello che stavo provando in quel momento.”

E guardandoli adesso come ti fanno sentire?

“Quando li guardo mi fanno ancora un certo effetto. Vedo come sono cresciuta e cambiata, maturata da quella situzione.

Li guardo anche con una certa tenerezza. :)”

Progetti futuri..?

“Tra i miei progetti c’è quello di allestire un’esposizione con i miei disegni, mostrando l’evoluzione dalla matita ai pennelli. Personalmente sono curiosa di vedere se ci sarà un ritorno alla prima e in che modo la utilizzerò.

Ho vinto un concorso con una mia fotografia, che è un altro mezzo con cui mi esprimo, meno invasivo e più legato al momento e al contesto specifico, ma comunque importante.

Precedentemente ho fatto varie mostre con le mie fotografie sia legato a contesti universitari e locali che a livelli più importanti, con una certa visibilità.

Tra i progetti legati alla mia professione di Psicologa c’è uno spazio dedicato anche all’arte. Ritengo che il disegno sia un mezzo espressivo fondamentale anche negli adulti, nonostante sia privilegiato nell’età dell’infanzia. Ognuno di noi ha la capacità e le motivazioni per esprimersi attraverso i colori, ma molto spesso non si conoscono gli strumenti e le modalità con cui farlo.

E’ un mezzo espressivo molto potente che ritengo ognuno abbia il diritto, il dovere e il piacere di sperimentare.”

Mani che lavorano, Martina Formaini.

Foto arrivata tra le finaliste nel concorso “L’uomo e la Terra” indetto dal quotidiano TRENTINO esposto al Museo delle Gallerie di Piedicastello di Trento.

Bene Martina… la nostra intervista è finita.. chi è curioso di vedere gli altri tuoi disegni, i tuoi prossimi appuntamenti dove può trovarti?

“Eh.. Gestisco una pagina facebook dove pubblico di volta in volta quello che faccio:

https://www.facebook.com/pages/Martina-Formaini-Visual-Art/421942294565921″

Spero che visitiate la pagina di questa ragazza perchè i suoi disegni meritano comunque di essere visti.

Chiara

Parliamo di violenza

Ieri, anche se non amante del PD, ho deciso di prender parte a una conferenza tenutasi alla festa dell’Unità di Modena. Un po per interesse sul tema, la violenza sulle donne, e un po per curiosità.

Cosa è stato detto? Tutto quello che già si sa riguardo al tema: che i politici si stanno impegnando, che le parlamentari del PD hanno avuto una forte posizione affinchè venisse rettificata la convenzione di Istanbul, che è un’atteggiamento quello della violenza sulle donne all’interno delle mura domestiche radicato della mentalità-cultura della società stessa.

Su cosa poggia il trattato? Riassuntivamente si basa su 3 punti fondamentali, anche chiamate le 3P:

1. Posizione dell’aggressore

2. Protezione della persona

3. Prevenzione

Secondo le rappresentanti delle istituzioni si è visto nel tempo un passo avanti verso il problema, ovvero che si sia sviluppato un certo mutamento dello scenario sociale: la donna non è più vista come colei che lo stupro lo provoca, ma che vede una certa voglia di reagire.

Tra le varie argomentazioni ho trovato 2 aspetti molto interessanti: il primo quando si è parlato di comunicazione e media, cosa che studio e in cui mi son trovata pienamente d’accordo con quello che è stato detto a riguardo, e secondo che si siano aperti dei centri di riabilitazione non tanto per la donna quanto per l’uomo aggressore.

Della comunicazione si possono avere tanti pareri ma a essa bisogna attribuire la riuscita dello smascheramento della voiolenza all’interno delle mura domestiche, in quanto mezzo che ha messo in risalto, evidenziato e ripetuto il fenomeno e che ne ha dunque dato visibilità. I media sono riusciti a far uscire questo problema dal vortice del silenzio, ma  essi sono anche portatori di aspetti negativi, quali quello di incentivare una narrazione e distribuzione di stereotipi. (per spiegare la creazione di stereotipi e media, dell’uso di certi linguaggi, di certe ripetizioni d’immagine bisognerebbe effettivamente dedicarci un’altro articolo, e chi lo sà magari lo farò! )

Tra questi stereotipi c’è l’idea di una donna rappresentata sempre in un certo modo: essa ha un certo ruolo, un certo carattere, un certo lavoro; così come per l’uomo che è sempre visto in un’identikit dell’uomo nero, cattivo, violento.

La narrazione di stereotipi porta alla cancellazione della storia della donna e manda avanti solo una sorta di involontaria “giustificazione” del fatto: gelosia, un momento di rabbia..

Del secondo aspetto che mi ha colpito e che ho ascoltato davvero piacevolmente, riguardante l’attività di recupero dell’uomo, ho apprezzato l’idea che non necessariamente l’uomo violento abbia un’identikit prestabilito e che sia da assoggettare all’idea di cattivo. Lo psicologo che ha parlato ha chiaramente spiegato che si va dai più disparati casi, dal disoccupato al manager, allo studente universitario e che spesso non sono mai i primi ad andare spontaneamente in questo centro, ma vanno dopo una serie di conseguenze: denunce, abbandono della compagna..

Abbandonata l’idea che vi è una donna che si merita di essere violentata e un’uomo cattivo che è cattivo perchè lo fa, la domanda viene comunque spontanea farsela: Qual’è il problema?

Il problema è che si punta molto poco su una di quelle tre P che ho elencato prima: PREVENZIONE, che dovrebbe venire prima della PROTEZIONE perchè se riesco a fare la prima non necessito di arrivare alla seconda.

Le associazioni che durante il dibattito sono intervenute hanno parlato proprio di questo. L’importanza di educare sin da bambini all’interno delle scuole. Di formare maestri e professori e di portare avanti con loro progetti che possano insegnare a come vivere le relazioni di genere.

Ma non solo questo, si è parlato di fondi, di risorse, assolutamente necessarie.

Cosa ho capito io? Nulla di più di quello che già pensavo. Le leggi rimangono leggi, cose scritte che non hanno traduzioni pratiche, i problemi di una mentalità sessista e maschilista, se non si partirà dalle scuole e dalle stesse famiglia, rimarrà un fulcro della nostra società e che di Violenza si deve parlare ma bene. Che i media venghino sfruttati meglio e che la politica apra realmente gli occhi sul problema.. perchè alla fine di tutto se le violenze rispetto ai dati ISTAT sono ancora troppe vuol dire che qualcuno non denuncia, o se denuncia lo fa dopo l’accaduto, dunque bisogna arrivare prima e per arrivare prima le persone devono fidarsi delle istituzioni.

 

Non è un uomo colui che picchia una donna.

 

Chiara

Parliamo di Marò

Con questo post so benissimo di aggravare la mia situazione filosofico-politica della vita, ma d’altro canto siamo in un paese in cui la libertà d’espressione è concessa anche fin troppo a troppe persone, dunque mi vedo costretta a dire la mia.

Non è un pensiero che parla di sinistra o di destra, ma di logica, etica e sensatezza. Sulla questione Marò ci sono troppe posizioni, ma quelle che mi danno ancora più rabbia sono coloro che esprimono pensieri riduttivi e semplicistici come

Questi 2 sono stati gli unici a sparare a 2 barchette del cazzo in India , cosa che dovremmo fare tutti i giorni sul mediterraneo tra l altro invece che accogliere tutti sti disperati come se noi avessimo il paradiso …. Andiamoceli a prendere con la forza , possibile che dobbiamo farci mettere i piedi in testa da questi 4 così bruciacchiati ??!!! Che vergogna di paese …. tempo fa si sarebbe risolta in poche ore la cosa …

O citando la stessa figlia di uno dei due marò, che ieri sembra essere stato colpito da un lieve malessere

Vi preoccupate di portare qui gli immigrati che bucano le ruote perché vogliono soldi e non vi preoccupate dei vostri fratelli che combattono per voi, e alcuni perdono la vita. Italia paese di merda, mi fai schifo.

Ecco a me vengono i brividi.

Anzitutto per la cattiveria con la quale deliberatamente si sceglie di accusare tutta una categoria di persone e di restare nel vortice di panico vizioso, dal quale sembra che non si voglia uscire, continuando a incentivare quelli che sono stereotipi erranti e semitismo a gratis.

Ora, credo che tutti sappiano la situazione dei Marò e la loro storia, tuttavia il mestiere mi ha insegnato che non bisogna dar nulla per scontato.. la domanda principale è: Perchè stiamo parlando di loro? Chi sono? E soprattutto che ci fanno in India? Ripercorriamo brevemente la vicenda.

Salvatore Girone e Massimiliano Latorre impegnati nel servizio di anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, il 12 Febbraio 2012 vengono accusati di aver ucciso due pescatori indiani: Valentine Jalstine e Ajesh Binki.

Da qui cominciano numerose trattative diplomatiche fra Italia, che rivuole portare in patria i propri uomini, e l’india che, giustamente, nonostante il tutto sia avvenuto in acqua internazionali, vuole vederci chiaro sul caso.

Dico giustamente per un chiaro e semplice motivo che esprimerò citando lo stato di Roberto Vecchioni che risponde all’offensivo messaggio citato sopra della figlia di Latorre:

Alla figlia del Marò Latorre fa schifo l’Italia.
Anche le famiglie di Valentine Jalstine e Ajesh Binki, i due pescatori crivellati dai Marò, la pensano nella stessa maniera.

Questa frase esprime tutto il mio pensiero a riguardo: ricordiamoci che hanno pur sempre ucciso qualcuno, che si voglia volontariamente o involontariamente, e che dunque come avremmo preteso rispetto se il tutto fosse accaduto inversamente così, questo rispetto, va dato alle famiglie di questi due pescatori.

La solidarietà non è solo italiana.

Chiara

Parliamo di Poesia

Quando parlo di poesia è un tema che accolgo sempre con calore. Per me la poesia è in grado di parlare meglio di chiunque altro dei sentimenti, delle condizioni dell’essere.

Oggi dedico questo piccolo post a una grande donna: Alda Merini, la cui sofferenza e solitudine è facilmente percepibile in ciò che scrive, in come lo scrive. Lei, per me, è stata una donna coraggiosa, dalla vita travagliata, che è riuscita a fare del proprio malessere un dono. Si è portata addosso tutto il male dell’essere donna, madre, malata, amante. 

Nasce il 21 marzo del 1931 a Milano

“Sono nata il ventuno a primavera,

ma non sapevo che nascere era folle.”

Donna di grande spessore la Merini sin da giovane comincia a soffrire di quelle che lei stessa definisce

“le prime ombre della sua mente”

Una vita alternata tra sanità e malattia dovuta al suo essere affetta da disturbi bipolari, tra amori folli e difficili. Madre di 4 figli, avute dal marito Ettore Carniti, un operaio, un lavoratore con la quale ha aperto una panetteria. Lei stessa dichiara

“poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta.”

Il rapporto con le figlie è stato difficile, proprio a causa della sua malattia e del rapporto con il marito. Un rapporto fatto di assenze e presenze:

“Di noi quattro sorelle, io sono la maggiore – nata nel 1955 – e quella con più ricordi. Fino ai miei 6 o 7 anni la vita in famiglia era stata abbastanza gradevole, con momenti belli e dolci. Ma dopo la nascita di Flavia, nel 1958, nostra madre andò in depressione e non le restò abbastanza energia per dare a mia sorella le attenzioni che chiedeva. Flavia fu mandata a vivere per dei periodi dalla nonna materna, e lì cominciò la sua difficile vita di figlia a singhiozzo. Il punto di non ritorno, quando la mamma si ammalò davvero, arrivò nel 1966. Io avevo 11 anni, Flavia 8, Barbara e Simona non erano ancora nate. Mio padre, che era un uomo molto chiuso, un giorno disse che usciva per andare a un funerale e tornò dopo due giorni. Non abbiamo mai saputo dove sia stato. Mia madre fu presa da una terribile ansia, lo cercò disperatamente e, quando papà tornò, gli chiese conto di dove era stato. Lui non rispose, scoppiò una scenata violentissima. Mio padre non seppe gestire il litigio. Invece di calmarla, chiamò qualcuno al telefono: non abbiamo mai saputo chi. Poi portò me e Flavia dalla portinaia, risalì e poco dopo sentimmo nostra madre che gridava mentre la trascinavano giù per le scale. La sera stessa papà ci portò a Torino, da parenti che quasi non conoscevamo. In poche ore era sparita la nostra famiglia, non avevamo più una casa e nemmeno dei genitori. Quando ci penso, sento dentro le stesse sensazioni di allora: terrore, disperazione, senso di impotenza.”

Una vita fatta di entrate e uscite dagli ospedali psichiatrici, riprese e ricadute. Di lei ci sarebbe ancora molto da dire, sensibile, fragile, intelligente e terribilmente sola, dei suoi amori sbagliati. A me piace ricordarla così, con una delle sue poesie più belle:

Io non ho bisogno di denaro 
ho bisogno di sentimenti  
di parole  
di parole scelte sapientemente 
di fiori detti pensieri 
di rose dette presenze 
di sogni che abitino gli alberi 
di canzoni che facciano danzare le statue  
di stelle che mormorino  
all’orecchio degli amanti. 
Ho bisogno di poesia  
questa magia che brucia  
la pesantezza delle parole  
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.             

 

Grazie cara amica.

Chiara