Tesi di Laurea: PARTECIPAZIONE 2.0 : ATTIVISMO ONLINE E L’ILLUSIONE PARTECIPATIVA

The Illusion Of Political Participation And Online Activism

INDICE

Introduzione

Capitolo 1

Nuova partecipazione e nuovo attivismo

1.1 Partecipazione tra ieri e oggi

1.2 Il web 2.0 e la società in rete

1.3 I movimenti sociali e la rete

Capitolo 2

Agire e organizzarsi in rete: Avaaz.Org, L’Onda e il Movimento Beppe

Grillo

2.1 Avaaz.org e le petizioni online

2.1.1 Come funziona Avaaz.org?

2.1.2 L’attivismo online di Avaaz.Org: le petizioni

2.2 L’Onda e Facebook

2.2.1 Il movimento in rete

2.2.2 Anna Adamolo la ministra virtuale

2.3 L’esperienza Beppe Grillo

2.3.1 Il Blog come cuore del movimento

2.3.2 Organizzarsi online: meetup

Capitolo 3

Effetti collaterali: la rete e l’inganno partecipativo

3.1 la diseguaglianza nella rete e il caso italiano: internet non è un paese per

vecchi

3.2 L’io in rete: individualismo digitale

3.3 Il fenomeno del clicktivism

Conclusioni

Bibliografia

Sitografia

Videografia e Filmografia

Introduzione

Per chi è nato durante il pieno sviluppo di internet come mezzo di comunicazione di massa, condivisione, intrattenimento e partecipazione è difficile immaginare come il mondo potesse avere ugualmente un certo dinamismo sociale, politico e comunicativo prima della nascita effettiva del World Wide Web attraverso la definizione del protocollo http del 1991 del ricercatore Tim Berners-Lee.

Eppure prima che entrasse nelle nostre case attraverso più piattaforme e ci permettesse di divenire identità virtuali, le nostre vite si intrecciavano ugualmente con quelle degli altri, si comunicava nelle piazze, per le strade.

Ora invece sembra che i nostri punti di ritrovo per parlare di noi, sia come singoli individui che come componenti di una società, siano mutati: ci si alterna tra impegni virtuali e reali che sembrano avere ciascuno egual valore.

Ad internet si è adattata la società nel suo insieme, dai cittadini, ai politici e, capendone la grandezza, anche l’informazione dei vecchi media: al cartaceo del giornale corrisponde una versione online, i programmi televisivi fanno oggi spesso una fusione con internet avendo in trasmissione computer e tablet sempre connessi o tramite un contatto twitter o facebook intrattengono con il pubblico un rapporto di scambi, andando così a modificare il rapporto che questi tre grandi attori hanno fra loro.

Questo nuovo modo di intrattenere e partecipare non ha solo aspetti positivi. Il rischio di un attivismo online è quello di creare una sorta di illusione partecipativa che ha in sé il fenomeno del clicktivism.

Questa tesi vuole indagare sulla nuova partecipazione politica del web con sospetto, cogliendone i meccanismi, i successi e le sconfitte cercando di analizzare alcuni “movimenti”, alcune organizzazioni che hanno deciso di intraprendere una relazione con la rete.

Anzitutto sarebbe bene capire perché il web è diventato un po’ la nostra seconda casa e perché le persone si affidano ad esso per fare “grandi” eventi di protesta. Dunque è bene iniziare da lui, il nostro grande protagonista: il web.

Capitolo 1

Nuova partecipazione e nuovo attivismo

“Né utopia né distopia, internet è l’espressione di quello che siamo” Manuel Castells

1.1 Partecipazione tra ieri e oggi

La partecipazione si può ritenere un fenomeno antico e recente al tempo stesso. Cominciamo a parlare di essa dal momento in cui si è incominciato a fare politica1. Dunque se accettiamo questo pensiero, la partecipazione è insita di una comunità, queste sono due dimensioni dipendenti l’una dall’altra.

La comunicazione politica, così come la partecipazione ad essa, nasce nello stesso momento in cui la filosofia greca comincia a riflettere sul potere, sull’autorità, sulla democrazia (Mazzoleni,G. 2004).

Tuttavia la politica avvenuta nelle agorà delle città-stato dell’antica Grecia è molto diversa da quella attuale e anche la partecipazione che era possibile solo a un limitato nucleo di persone oggi si confonde poiché non vi sono solo rappresentanti dei cittadini, ma l’elettorato può essere il diretto interessato di quelle che sono le scelte politiche.

Partiamo da quella che è la nascita dei mass media: occorre attendere il XX secolo, per far sì che la politica si possa espandere attraverso la nascita dei mezzi di comunicazione di massa. Il cinema, la radio, la televisione portano a nuove forme e nuovi strumenti di comunicazione e partecipazione applicabili alla sfera politica. Interessante è il ruolo della radio, capace di creare un senso di appartenenza ed è stata fondamentale per la partecipazione politica, essa era portatrice di speranza e veicolatrice di messaggi in codice: si è messa a disposizione dei cittadini ed è stata un megafono di libertà. Così come era la radio durante la guerra, oggi è internet lo strumento portatore di quella libertà che cerca di dare voce e spazio ai cittadini. Leader, partiti, governi e cittadini si muovono e confrontano nel nuovo “spazio pubblico mediatizzato”, che contribuisce, per ciascuno di questi attori, nella definizione di una propria identità-visibilità. Il rapporto attuale tra cittadino e politica richiama quell’aspetto dell’agorà della polis greca fondato sul dibattito pubblico che permette di discutere le questioni e problematiche di interesse generale, spesso attraverso i mass media e se possibile attraverso un’interazione diretta realizzata nel porta a porta, nei comizi, nelle piazze virtuali dei talk show, nei teatri, nelle manifestazioni.

Ma ancor di più oggi la partecipazione si confonde fra reale e virtuale. I politici utilizzano varie piattaforme per interagire, come facebook o twitter, alternandosi fra online e offline. Cerchiamo di definire cosa si intende per online e offline3, ovvero la distinzione fra la dimensione della rete e quella esterna: esse vanno infatti considerate come due realtà separate. La prima svincola la vita pubblica da molti limiti legati alla compresenza nello spazio e nel tempo, che invece caratterizzano la seconda. Per quel che riguarda la partecipazione politica, la domanda che ci si deve porre è se la dimensione online, ovvero internet, favorirebbe un coinvolgimento politico che è in calo nella dimensione offline. Il calo della partecipazione politica offline è da ritenersi una conseguenza di diverse problematiche, quella che a noi interessa è quella propriamente politica. Al giorno d’oggi si vive una forte crisi della democrazia e questa è riscontrabile sia in un forte astensionismo elettorale sia nell’indifferenza e nella sfiducia nei confronti del sistema politico istituzionale, il tutto portando all’emergere di movimenti antipolitici e anti-istituzionali e andando a formare un fenomeno contraddittorio di impegno civico. È in questo scenario che i movimenti sociali hanno potuto beneficiare della crisi politica trovando in internet un possibile alleato in cui consolidarsi. Tuttavia bisogna ammettere che con lo sviluppo e la diffusione della rete e dei suoi usi sociali, la dimensione fra online e offline si è progressivamente assottigliata andando ad affermare processi di ibridazione tra rete e realtà politica e sociale.

Questo si può spiegare attraverso tre fattori:

1. vi è un’integrazione sempre più significativa fra internet e la vita quotidiana dei cittadini;

2. vi è la diffusione sempre più ampia attraverso portatili, dagli smartphone ai tablet, che ha accentuato enormemente la dimensione mobile della rete;

3. il passaggio dal web 1.0 al web 2.0 in cui la rete diventa uno spazio prevalentemente relazionale attraverso social networking, di organizzazione di eventi e incontri, di condivisione di contenuti audiovisivi, di scambio informativo rapido e continuo, di collaborazione e messa in rete di conoscenze, di informazione e commento dal basso.

Dunque la distinzione tra essere un cittadino offline ed esserlo online è sempre meno percepibile, in quanto la rete offre la possibilità di svolgere, in alcuni casi, le stesse pratiche di cittadinanza che si potrebbero realizzare offline come ad esempio la firma di petizioni, ma non solo: essa permette anche ai cittadini di trovare, o addirittura organizzare, eventi sul territorio come ad esempio le mobilitazioni del Popolo Viola.

1.2 Il web 2.0 e la società in rete

Secondo Manuel Castells nel saggio “Galassia internet”5 la rete, da intendere come un insieme di computer connessi gli uni agli altri in modo da comunicare e scambiare informazioni, diventa “la forma organizzativa nell’età dell’informazione” e diviene il presupposto tecnologico per il cambiamento della società.

Il periodo che va dalla nascita di internet, sotto forma di Arpanet, e la sua attuale distribuzione capillare è stato fulmineo. La rapida evoluzione e distribuzione di internet ha portato come conseguenza a un cambiamento delle pratiche comunicative della società. Questo mutamento è conosciuto come web 2.0 e lo si deve intendere come uno stadio evolutivo del www in cui la rete da semplice mezzo per l’informazione diviene uno strumento di condivisione e personalizzazione. I network presentano vantaggi straordinari come strumenti organizzativi per via di due particolari caratteristiche: adattabilità e flessibilità6. Nel web 2.0 è la società stessa che finisce in rete poiché sono proprio i suoi membri ad animarla. Essa diviene popolata da utenti attivi e ciò porta alla nascita di siti collettivi come wikipedia e youtube, social networking come facebook, blog che divengono i luoghi nei quali incontrarsi, esprimersi, essere. Internet dunque nella società viene impiegato per lavorare, studiare e per scopi ludici, ma anche per comunicare, creare relazioni, informarsi e informare. Questa capacità del web 2.0 di collaborazione e creazione di relazioni porta a uno sviluppo di intelligenza collettiva, derivate dalla condivisione e aggregazione di conoscenze e punti di vista offerti volontariamente dai cittadini.

La parola d’ordine diviene “condivisione”, si passa così dal modello broadcast, che  caratterizza la televisione, in cui il messaggio che viene trasmesso è per un pubblico indefinito e in modo unidirezionale, a un modello intercast, dove produttori e spettatori di messaggi si fondono e scambiano contenuti e opinioni. Internet evolvendosi dallo status di una tecnologia poco applicata al di là dei mondi di scienziati è divenuto un mezzo che permette la comunicazione da molti a molti, in un tempo scelto, su scala globale. In questo modo la società stessa composta da individui in relazione diviene una società 2.0 acquistando una dimensione in rete. Così internet porta nella società le comunità virtuali, nelle quali si svolge non tanto la realtà virtuale, ma la virtualità reale7, nel senso che i fenomeni che avvengono al suo interno non sono qualcosa di fittizio o potenziale ma hanno invece una dimensione di concretezza, che li porta ad avere conseguenze nella vita reale. La dimensione del “virtuale” può quindi essere considerata un nuovo livello di sfera pubblica, che offre molteplici opportunità. Se dunque è vero che i nuovi media sono espressione della società, essa assume appellativi molto diversi: società complessa, società dell’informazione, società reticolare… tutti concetti che possono racchiudersi sotto il termine postmoderno (Castells,M. 2006.). Internet, le sue applicazioni, i suoi servizi fanno parte della nuova società postmoderna e i concetti di spazio e tempo vengono svuotati dal loro significato originario divenendo flussi. La temporalità avvicina passato, presente e futuro accelerando i tempi della vita quotidiana e la spazialità è annullata da questo tempo istantaneo, trasformandosi in uno spazio compresente.

Poiché comunichiamo attraverso internet, è anche vero che facendo in internet tante cose noi lo trasformiamo. Essa è una tecnologia malleabile, suscettibile dall’essere modificata dal suo impiego sociale e dunque capace, se usata bene, come sostiene Castells, di cambiare la nostra realtà.

1.3 I movimenti sociali e la rete

Internet diviene uno “spazio dell’agire”8, un nuovo agire che può tradursi in attivismo, se per tale si intende un’attività finalizzata a produrre un cambiamento sociale o politico, spesso intesa come sinonimo di protesta o dissenso9. In tal senso possiamo parlare anche di “activism”10 ovvero un impegno attivo e consapevole per migliorare qualcosa del mondo attraverso l’uso del computer.

Dato che internet sta diventando un mezzo essenziale di comunicazione e organizzazione in tutti i campi di attività è ovvio che i movimenti sociali e la politica lo usino, e lo useranno sempre più, come strumento privilegiato per l’agire, informare, reclutare, organizzare, dominare e opporsi (Castells,M. 2006). I cittadini possono, individualmente o collettivamente, attraverso la rete sorvegliare i detentori del potere. Questo ruolo di internet è chiamato da Pierre Rosanvallon “contro-democrazia”, che non deve essere concepito come una negazione della democrazia, ma come una “forma politica” che ha un potere di controllo11. Blog, forum, campagne online favoriscono, infatti, la nascita di movimenti d’opinione, ma anche veri e propri movimenti sociali che alternano un attivismo online e offline. Le nuove tecnologie della rete non vanno considerate, superficialmente, come strumenti unicamente di informazione e organizzazione ma la nascita e lo sviluppo  di queste hanno dato avvio a una nuova ridefinizione di cittadinanza politica, di formazione di opinione, nuove modalità di coinvolgimento civico e politico. I movimenti attraverso la rete connettono, organizzano e mobilitano. Il cyberspazio è diventato un’agorà elettronica globale dove diversità e malcontento umano esplodono.

Ma internet è più che un semplice strumento a portata di mano, esso si adatta alle caratteristiche dei movimenti sociali che emergono nell’età dell’informazione. Questi movimenti hanno trovato il loro mezzo di organizzazione appropriato, hanno sviluppato e aperto nuove strade per il cambiamento sociale e accrescono il ruolo di Internet come medium privilegiato.

Internet non è semplicemente una tecnologia, questo ormai è chiaro e molti storici che, per analogia, lo definiscono un mezzo e un luogo di comunicazione come i pub ed è diventato un elemento indispensabile dei movimenti sociali emergenti nella società in rete12.

Quest’ultima affermazione la si deve per due ragioni:

1. I movimenti sociali sono mobilitati fondamentalmente intorno a valori culturali e dunque essi sono da considerarsi movimenti culturali che mirano a difendere o proporre specifici significati o stili di vita. Questi movimenti sono costruiti attorno a sistemi di comunicazione – essenzialmente Internet e i media – perché rappresentano la via principale per estendere l’adesione ai propri valori e incidere sulla coscienza della società nel suo insieme;

2. i movimenti sociali devono colmare il divario con le organizzazioni tradizionali, integrate verticalmente, trovando in Internet la possibilità di competizione per assottigliare questa distanza. Tuttavia la fortuna dei nuovi movimenti della rete è che le associazioni civiche formali e i loro conglomerati organizzativi sono in pieno declino come forme di impegno civico.

Così i movimenti sociali attraverso la rete formano una propria rete sociale, questa da intendere secondo la definizione di John Adam Barnes come “una struttura sociale fatta di nodi che sono in generale individui o organizzazioni legati gli uni agli altri da una o più specifiche tipologie di interdipendenze, come valori, visioni, idee, avversioni, conflitti o accordi” (Barnes, J.A. 1954).

In questo senso si vuole presentare la “logica culturale del networking” definita da Juris (2004) come principale assetto dei network di attivisti:

1. l’organizzazione dei movimenti è flessibile ed è formata da legami orizzontali e connessioni tra parti differenti e autonome, i nodi;

2. la logica del network, specialmente nei movimenti per la giustizia globale da lui studiati, diventa un ideale culturale, un modello per forme emergenti di democrazia diretta: attraverso un coordinamento decentralizzato i singoli nodi possono partecipare in maniera diretta nei processi decisionali che li riguardano;

3. libero scambio dell’informazione;

Nella rete si concretizza una modalità di espressione della società civile e dei movimenti stessi che può dunque portare a un emergere spontaneo di attività di sorveglianza, denuncia e valutazione critica verso chi detiene il potere.

Riprendendo il concetto di contro-democrazia, la rete diviene, per i movimenti collettivi o per un agire individuale, una “forma politica” della società della sfiducia dovuta a quella crisi della democrazia di cui prima si parlava e dunque non tanto un disincanto verso la politica ma un monitoraggio continuo su chi governa.

Capitolo 2

Agire e organizzarsi in rete: Avaaz.Org, L’Onda e il Movimento Beppe Grillo

Il crescente ricorso dei cittadini alle diverse piattaforme che la rete offre porta a una nuova politica dal basso, guidata dai cittadini che trovano online il supporto per mobilitarsi offline.

Tutto ciò porta alla speranza che attraverso i social media si possa arrivare a colmare la disaffezione dei giovani per la politica e si trova nella rete il luogo per raggiungerli. Per comprendere esattamente questa nuova partecipazione online mi sono appoggiata a tre grandi fenomeni che possono aiutarci a cogliere a pieno quello di cui stiamo parlando.

Il primo di questi è Avaaz.Org e vedremo che influenze hanno le sue petizioni online nella vita offline; il secondo è l’Onda, un movimento studentesco apolitico cresciuto grazie alla rete e in particolare alla piattaforma di Facebook; il terzo è il più famoso caso italiano di successo della rete: il Blog di Beppe Grillo che ha contribuito a diffondere, anche in Italia, lo sviluppo dei meetups.

2.1 Avaaz.org e le petizioni online

Avaaz.org nasce nel 2007 a New York, ed è un’organizzazione non governativa che opera attraverso l’attivismo online e ad oggi conta più di 32 milioni di membri da tutto il mondo.

Questa organizzazione nasce dall’incontro di quattro grandi realtà: la prima è MoveOn.org, il più grande gruppo di pressione politica americana, la seconda è Res Publica, una comunità di professionisti del settore pubblico con l’obiettivo di promuovere il buon governo, la partecipazione civica e una democrazia deliberativa; ad esse si sono aggiunte, successivamente, la Services Employees International Union, piccolo sindacato americano filo-democratico e GetUp!, un’organizzazione nata in Australia sul modello di MoveOn ad opera di David Madden.

Avaaz è stato fondatao da Ricken Patel che ne è anche il direttore, Tom Pravda, l’ex parlamentare della Virginia Tom Perriello, il direttore esecutivo di MoveOn.org Eli Pariser, l’imprenditore australiano progressista David Madden, Andrea Woodhouse e Jeremy Heimans co-fondatore di Purpose.com. Avaaz.org è organizzata secondo due dimensioni:

1. vi è una comunità online formata da tutti i membri che si iscrivono al sito;

2. accanto a questa vi è una comunità concreta formata da uno staff stipendiato e assunto direttamente dalla fondazione “Avaaz.Org” (con sede a New York).

Sulla pagina ufficiale di Facebook si può leggere lo scopo portato avanti dall’organizzazione: far si che le decisioni di portata locale e globale possano essere prese anche sulla base di quelle che sono le idee e valori della popolazione mondiale.

2.1.1 Come funziona Avaaz.org?

Questa organizzazione nasce con un semplice intento democratico: “Organizzare i cittadini di tutte le nazioni per avvicinare il mondo che abbiamo al mondo che la maggior parte delle persone vorrebbero.”

Avaaz.org è un gruppo basato fondamentalmente, ma non in esclusiva, su internet: ha un sito sul quale ci si può registrare e un ampio indirizzario e-mail al quale vengono inviate petizioni da firmare, sondaggi o richieste di finanziamento, il tutto mantenendosi esclusivamente grazie ai contributi dei membri che partecipano attraverso delle donazioni, non d’obbligo, e che non superano i 5 mila dollari. Gli argomenti affrontati riguardano diverse tematiche: cambiamento climatico, diritti umani, diritti degli animali, corruzione, povertà e conflitti. Queste vengono decise attraverso sondaggi fatti sui membri stessi di Avaaz.Org: così facendo sono le persone a determinarne l’agenda d’interesse.

Il loro campo d’azione non si limita solo a colpi di click, attraverso un attivismo online, ma anche attraverso iniziative offline quali: banchetti informativi, flashmob, sit in, manifestazioni per strada.

2.1.2 L’attivismo online di Avaaz.Org: petizioni

La firma a sostegno di una petizione è da considerarsi una modalità di partecipazione che può essere svolta sia online che offline e possono essere considerate delle forme d’azione che denotano un certo attivismo, in quanto chi le firma ha un certo grado di coinvolgimento e interesse rispetto a temi di rilevanza politica17. Premesso questo il mondo delle petizioni di Avaaz ha grande rilevanza anche nella vita reale e il The Guardian ha scritto di questa organizzazione che “Avaaz ha solo cinque anni ma è cresciuta così rapidamente fino a diventare la più grande e più potente rete attivista online del globo” (The guardian, 2012). Una volta che è avvenuta la firma, se la petizione raggiunge un certo grado di successo, vi è uno staff concreto di persone che si attivano nella vita reale per mettersi in contatto direttamente con i referenti politici e consegnare personalmente le petizioni. Fra queste ricordiamo quella in difesa del Parco Regionale Sirente Velino18 dove, a seguito della raccolta di firme online promossa da Animal Amnesty, il consiglio regionale d’Abruzzo ha ritirato la proposta di legge per sventrare il Parco Regionale Sirente Velino che prevedeva di estendere di 4200 ettari l’area per cacciatori e costruttori. I quotidiani nazionali e i telegiornali hanno parlato della richiesta popolare e la politica ha dovuto prendere atto che la maggioranza dei cittadini era favorevole alla tutela del parco dove vivono specie protette.

Influente è stato anche l’appoggio che Avaaz.Org ha dato nel 2010 per l’abolizione della legge Bavaglio quando più di 340 mila italiani firmarono la petizione riuscendo ad agevolare l’abrogazione di questa legge che aveva l’obiettivo di mettere a tacere giornalisti ed editori.

Per comprendere come è possibile lanciare una petizione online si farà riferimento alle informazioni sul sito ufficiale di Avaaz.Org.

Si inizia con qualche domanda di base: a chi vuoi rivolgere la petizione, a quale organizzazione o persona, di cosa tratta e perché si intende lanciarla; dopodiché si sceglie un’immagine e la si scrive per intero.

Il secondo passaggio è quello di condividerla e i suggerimenti per farlo sono molteplici:

1. Tramite la propria mail, facendola girare fra quelle degli amici;

2. Attraverso i social network, quali facebook e twitter;

3. Attraverso blog, forum, ecc…;

Il consiglio, fondamentalmente, è quello di spargere in giro la petizione e di farlo nel miglior modo possibile: condividere il link di questa su un social network, hashtag giusti e popolari e cercare di avere l’attenzione dei media e di persone note che possano essere favorevoli all’iniziativa per far sì che venga presa in considerazione.

Una volta in rete la petizione può giungere alle persone attraverso svariate piattaforme e chi firma e aderisce diventa automaticamente membro di Avaaz. Nella casella di posta dei membri settimanalmente giungono petizioni da firmare, richieste di finanziamento per portare avanti le iniziative ecc…

Conclusioni

Avaaz.Org è solo una delle tante comunità virtuali che hanno visto nella rete un grande mezzo per organizzarsi ed agire19:

Il modello di organizzazione online di Avaaz permette a migliaia di sforzi individuali, per quanto piccoli, di fondersi rapidamente in un’unica potente forza collettiva. Con l’arrivo delle petizioni della comunità, tutti noi possiamo utilizzare gli strumenti online per portare avanti le nostre campagne locali, nazionali e internazionali e insieme possiamo contribuire a creare un cambiamento positivo nel mondo.

Quello che è essenziale mettere in evidenza è che non si ha solo un attivismo di tipo online ma, come accennato precedentemente, Avaaz.Org organizza e si mobilità anche nell’offline.

C’è chi accusa tali iniziative di essere un attivismo di tipo leggero, un attivismo semplice che costa poco sia in termini di tempo che di senso civico, un’esame di coscienza fin troppo facile. Parlerò di questo nel mio ultimo capitolo, ma senza difendere o meno questo punto di vista reputo il fenomeno quantomeno utile e questo perché nonostante possa creare una effettiva “partecipazione fittizia” affronta tematiche che interessano tutti e diffondendole offre ugualmente la possibilità di venirne a conoscenza e informarsi.

2.2 L’Onda e Facebook

Nell’autunno del 2008 nasce uno dei più grandi movimenti italiani paragonato a quello dei primi anni 90 della “pantera”: l’Onda o delle volte anche chiamato Onda Anomala20.

A questo gruppo appartengono studenti universitari e delle scuole superiori ed è nato in risposta all’ennesimo attacco all’istruzione pubblica sotto il governo Berlusconi IV.

È un gruppo che si auto-rappresenta principalmente come un movimento sociale di civiltà e in seconda istanza come un semplice movimento universitario. Le critiche che l’Onda ha mosso sono state principalmente rivolte a: l’abbassamento di qualità delle istituzioni della formazione, che verrebbero subordinate a consigli d’amministrazione con partecipazione di privati (e quindi alle logiche di mercato), con un conseguente aumento delle tasse universitarie tale da rendere l’ università inaccessibile ai meno abbienti considerati anche gli infiniti tagli alla spesa pubblica.

Il messaggio che lanciò fu chiaro e riassumibile nel loro slogan: “noi la crisi non la paghiamo”.

Il noi è multiplo, designa la generazione, che tuttavia non si limita ai soli studenti, ma che ha trovato largo consenso anche all’interno dei professori, ricercatori, dottorandi e assistenti. Il Movimento Studentesco dell’Onda Anomala è stato esplicitamente appoggiato da intellettuali come Ezio Mauro, Umberto Eco e Stefano Rodotà.

Di loro su La Repubblica è stato scritto che son dei pragmatici sognatori e che l’anno dell’Onda anomala è “Simbolo della fluidità e della pericolosa imprevedibilità dei social networks e dei blog, con i loro tamtam neotribali e passaparola virtuali che hanno fatto rimbalzare forme e contenuti della protesta da un capo all’altro del paese” (La Repubblica, 2008).

2.2.1 Il movimento in rete

Lo strumento dei social network si presta in modo più che appropriato per quelle forme di politica orizzontali, non gerarchiche e burocratizzate, spontanee: quindi tipiche di un movimento come quello dell’Onda.

L’Onda, infatti, ha costruito un rapporto simbiotico con le nuove tecnologie comunicative del web: i social network, in particolare facebook. Questo è il più famoso e partecipato social network utilizzato oggi in Italia. Milioni di persone, soprattutto giovani, hanno creato un account che permette loro di relazionarsi in rete ventiquattro ore su ventiquattro annullando qualunque distanza fisica.

La rete, da un lato favorisce agli individui una maggiore libertà nello scegliere la comunità alla quale appartenere e da un lato le comunità esistenti trovano in rete la possibilità di autodefinirsi andando così a formare un’identità condivisa distribuita.

L’Onda parte dai collettivi universitari territoriali e dunque fa parte della seconda  dimensione della rete alla quale si son aggiunti, man mano, singoli individui. I collettivi insieme si ritrovano nelle piazze virtuali per poi riempire quelle reali. Vi è così un’alternanza fra online e offline, in cui la rete altro non è che un supporto a quello che avviene fuori dove, però, senza questo, non sarebbe divenuto così popolare e animato e soprattutto difficilmente si sarebbe esteso così velocemente. L’Onda e le mobilitazioni che si sono verificate dal 2008 in poi possono essere considerate come indicatori di un utilizzo politico di facebook. Questo movimento non è l’unico ad aver trovato in questo social network il proprio habitat virtuale: si può citare anche il Popolo Viola, nato all’indomani del primo NO Berlusconi Day del 5 dicembre 20.09.24.

Ora si cercherà di capire il perché sia stato scelto proprio facebook e come l’Onda abbia cercato in lui un buon alleato sul quale appoggiarsi. Da quando è sorto in Italia questo social network si è subito imposto come uno strumento potente ed efficace per la facilitazione dell’interconnessione mirata.

Il successo di facebook è facilmente spiegabile: attraverso una semplice ricerca si possono trovare gli “amici” e condividere con loro status, fotografie, filmati, creare eventi, gruppi e invitarli a partecipare a discussioni.

Questi sono principalmente i motivi del perché l’Onda ha fatto riferimento a Facebook per diffondere i propri valori, le varie iniziative e riuscire a organizzarsi online per l’offline. Iniziamo con l’analizzare come gli studenti abbiano accolto sul social network l’entrata in vigore del decreto 133 del ministro all’istruzione Gelmini. Su facebook sono sorti numerosi gruppi di critica alla 133 riprendendo un’analisi fatta da Alessandro Capelli e Chiara Fiocchi:

Coordinamento nazionale no 133; L’Onda travolgerà la 133, la Gelmini e Berlusconi e tutta l’accolita; abbiamo cultura da vendere! Contro la legge 133/08; scommettiamo che trovo almeno 5 milioni di persone che detestano la Gelmini; Salviamo l’università; Salviamo l’università pubblica; saperi liberi. (Alessandro Capelli, Chiara Fiocchi, 2009) A questi gruppi si aggiungono i vari collettivi territoriali dell’Onda che hanno creato, ciascuno, un proprio account e sono comparsi su facebook, per esempio troviamo Onda Anomala Modenese. Tra loro si sono aggiunti gli studenti stessi territoriali che non erano parte dell’organizzazione interna dei collettivi. All’interno dei precedenti gruppi che son sorti dall’entrata in vigore dell legge 133 e delle stesse Onde Anomale online si può discutere sulla bacheca comune creando aree di discussione ad hoc, postando racconti o brevi impressioni, caricando foto e video26. Molti cortei, molte iniziative, assemblee pubbliche e feste di autofinanziamento sono stati diffusi in rete tramite eventi, affiancati anche dai metodi tradizionali di comunicazione quale il volantinaggio. L’Onda attraverso Facebook si è fatta conoscere sul “mercato” delle proposte politiche del web.

2.2.2 Anna Adamolo la ministra virtuale

Questo movimento che si propone come una vera e propria alternativa politica costruisce, simbolicamente, Anna Adamolo28.

Anagramma di Onda anomala, Anna Adamolo non esiste ma rappresenta l’alternativa alla ministra Gelmini. Il movimento l’ha creata su facebook29, piace a 2.031 persone, e sulla pagina stessa l’Onda scrive:

Dall’Onda Anomala esce Anna Adamolo.

Anna Adamolo è la pluralità del movimento contro la riforma Gelmini, è il rifiuto a giocare con il futuro come se fossimo a una partita di Monopoli, è il grido di un no e la fermezza di tanti sì.

Anna Adamolo è un immaginario non domato e non normalizzato, è la volontà di tenere aperto il molteplice e il possibile contro l’arroganza di un pensiero contabile, è il rifiuto di sanare le difficoltà dell’oggi con le miserie di domani, Anna Adamolo è “Noi la crisi non la paghiamo”.

Anna Adamolo sono le studentesse e gli studenti, le precarie e i precari, le maestre e i maestri, le insegnanti e gli insegnanti, le bambine e i bambini che in questo mese e mezzo hanno portato nelle piazze d’Italia una protesta mai vista contro i truffatori del presente e del futuro.

Anna Adamolo ha una bella riserva di pazienza, ma non inesauribile. Anna Adamolo vuole prendersi il posto che le spetta in questa società, cominciando magari dal ministero della cosiddetta “pubblica istruzione”.

Se la Gelmini è la riforma, Anna incarna l’autoriforma, è il ministro della scuola e dell’università che tutti gli studenti sognano.

Anna Adamolo è una personificazione della mobilitazione, è un forte elemento di comunicazione e identificazione, al punto stesso che l’Onda nella propria descrizione su facebook ha chiesto agli “attivisti” di cambiare il proprio nome e di mettere quello della ministra immaginaria.

Conclusioni

Quella dell’Onda è un’interessante prospettiva che ci mostra com’è cambiata la partecipazione, come questo nuovo modo di fare politica si inserisce nella rete, tra i giovani. Utilizzare facebook non è solo pratico ma decisamente strategico perché ha dato all’Onda molta visibilità. Facebook ha dato la possibilità ai vari collettivi di organizzarsi, di mettersi in contatto fra loro.

Non si deve unicamente a questo social network la riuscita di questo movimento, ma anche a un rapporto che i vari collettivi intraprendevano fra di loro attraverso le mailing list in cui vi erano contatti di studenti anche delle precedenti assemblee, manifestazioni e cortei.

Tuttavia se anche prima l’Onda esisteva già, non ha mai raggiunto il livello di partecipazione e visibilità del 2008 e si può dire che questo sia merito maggiormente della rete.

2.3 L’esperienza Beppe Grillo

Il caso “Grillo” è uno dei fenomeni più di successo in Italia per quel che riguarda la partecipazione politica online e l’organizzazione ad essa annessa.

E’ necessaria una premessa: il web 2.0 è abile nella trasformazione del sistema organizzativo e ha proposto, attraverso piattaforme quali ebay, wikipedia o meetup, nuovi modelli di organizzazione e distribuzione di interazioni e risorse. Quello dei “grillini”, anche chiamati “amici di Beppe Grillo”, offre un buon esempio innovativo del rapporto tra attivismo, organizzazione e tecnologia.

Il movimento dei grillini nasce da una proposta emersa dal celebre Blog del comico-attivista Beppe Grillo e diviene tale ufficialmente il 9 settembre 2009 sotto il nome “Movimento nazionale a cinque stelle”, chiamato così perché le stelle dovrebbero rappresentare cinque grandi temi: acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia31.

Lo scopo del movimento è quello di, attraverso il blog, i social network e gli spettacoli, veicolare e promuovere riflessioni per andar verso una possibile democrazia diretta supportata da un tipo di democrazia digitale32.

2.3.1 Il Blog come “cuore” del movimento

Il blog di Beppe Grillo è nato il 26 gennaio 2005, aiutato dallo stratega web milanese GianRoberto Casaleggio, in contemporanea al suo primo spettacolo a Pordenone di Beppegrillo.it.

Da un lato gli spettacoli – offline – hanno aiutato nell’inquadrare i problemi del mondo contemporaneo attraverso la vivida, accesa e sempre più informativa satira del comico-attivista genovese; dall’altro, il blog beppegrillo.it – online – ha rappresentato il luogo, per molti cittadini, d’incontro e scambio volti a cambiare, migliorare lo scenario politico italiano.

Nella prima metà del 2005 il blog rimane principalmente un luogo in cui si  incoraggia un’azione collettiva “leggera” (Haythornthwaite, 2009) caratterizzata da contributi indipendenti e delimitati da cui Grillo aggrega idee e risorse di lettori interessati con campagne come “Parlamento Pulito”34.

Il blog è divenuto effettivamente la testata e la sede del movimento cinque stelle e riesce quotidianamente ad aggregare stabilmente una considerevole partecipazione di 200.000 visite giornaliere e oltre 1.000 commenti per ogni post. Dunque la rete è stata essenziale per la nascita del movimento che tutt’ora vede in essa il suo “cuore” centrale: sul blog vi si trovano le informazioni del giorno su cosa è successo in parlamento, cosa hanno fatto i parlamentari cinque stelle, le lamentele e le denunce di particolari fatti e infine, essenziali per la democrazia diretta che desiderano gli attivisti e i sostenitori “pentastellati”, i sondaggi. Recentemente, dopo che il parlamentare cinque stelle Giorgio Sorial ha descritto Napolitano come un boia, è stato lanciato il sondaggio: Qual’è l’atto più grave del presidente? #Napolitanodimettiti.

Andando sul sito beppegrillo.it è possibile fare una breve analisi. Anzitutto si nota che Beppe Grillo è in rete a 360 gradi, questo perché una volta approdati sul sito si può notare che il comico si avvale anche di social network quali: facebook, twitter, google +, youtube e i meetup. Sotto le icone dei vari social, si può notare un esempio di democrazia digitale, in quanto viene proposto a chi si connette di partecipare alla scrittura delle leggi del movimento 5 stelle. Il tema principale di oggi, 30 gennaio 2014, riguarda la presidentessa Laura Boldrini: ci si avvale di un video per denunciare l’atto di cui è protagonista, ovvero la “tagliola”, e sotto se ne dà una breve descrizione scritta; infine vi sono i commenti attraverso l’hashtag #tagliolaBoldrini, che arrivano direttamente da twitter da parte dei simpatizzanti del partito.

Sotto la notizia principale e sul lato, il blog riprende anche altre notizie, sempre inerenti a un tipo di denuncia-politica, riguardanti: Matteo Renzi, il sopra citato Presidente della Repubblica Napolitano, il Capo di Stato Enrico Letta, l’ex premier e senatore a vita Mario Monti; e infine propone una serie di sondaggi simili a quello su Napolitano, in cui chiede a chi è iscritto di dire la propria. Fra questi possiamo citare: A chi serve la TAV in Val di Susa?, Chi comanda in Italia? Ecc… Il successo e la potenza di questo blog è stato riconosciuto anche dal “The Guardian” che lo classifica al nono posto nella “The world’s 50 most powerful blogs37” e il 14 dicembre 2005 “Il sole 24 ore” ha premiato il blog come miglior sito web italiano nella categoria news ed informazione assegnandogli il premio WWW.

2.3.2 Organizzarsi online: meetup

La decentralizzazione dal blog alla piattaforma meetup.com segna l’atto “non ufficiale” di nascita, online, del movimento dei grillini.

I grillini, dunque, vanno considerati come cittadini connessi originariamente attraverso la rete. La piattaforma di meetup rappresenta il meccanismo attraverso il quale i gruppi distribuiti sul territorio comunicano tra loro.

L’obbiettivo del meetup era quello di fungere da grande magazzino in grado di consentire lo scambio di esperienze organizzative e il coordinamento in cui si possono avere esperienze o trovare prodotti di altre, costruire idee… obbiettivo raggiunto solo parzialmente perché al centro vi è sempre il Blog che non è riuscito a decentralizzarsi.

Tra le tante iniziative abbandonate o comunque marginali, in quanto aventi unicamente un utilizzo locale, si possono ricordare: grillipedia.org, piattaforma wiki creata dal meetup di Bergamo o antenneattive.org aggregatore di web TV e video del meetup di Torino.

A un primo livello, i meetup sono uno spazio di discussione nella quale selezionare i temi proposti da Grillo attraverso estese discussioni pubbliche online. A un secondo livello il meetup rappresenta uno spazio di cittadinanza, un sostanziale punto di collegamento informativo ed efficace meccanismo di monitoraggio dei problemi dei cittadini.

Ogni movimento locale ha un forum online che raccoglie esperienze, risorse informative, discussioni sulle vicende della vita politica locale.

Partecipare alla piattaforma non garantisce comunicazione o collaborazione, ma permette di monitorare gli altri e avere accesso a un ricco ed eterogeneo ecosistema informativo di esperienze locali che altrimenti rimarrebbero sconosciute.

Esso non va dunque considerato come uno strumento ma come un vero e proprio luogo al quale affidare un ruolo organizzativo che non riguarda il prendere decisioni, ma dare persistenza, storicità, progressione e contestualizzazione alle attività svolte dai gruppi.

Conclusioni

I grillini nonostante le infinite contestazioni che vivono oggigiorno nel panorama politico si rivelano un “antipartito” che nasce dalla rete e che attraverso campagne online e offline è riuscito a immettersi all’interno del parlamento attraverso le elezioni del 2013. Una loro forte caratteristica è quella di una costante discussione con la cittadinanza e raccolta di reazioni sul campo e in rete.

Fra le tante iniziative ricordiamo il famoso V-Day ( il vaffanculo day) che prende la V dal celebre film “V per Vendetta” e che, sulla continuazione di Parlamento Pulito, l’8 settembre del 2007 aveva ospitato in numerose piazze italiane, fra cui anche Bologna in cui intervenne Grillo stesso, la protesta finalizzata alla raccolta di firme sulla non candidabilità ed ineleggibilità dei parlamentari pregiudicati, i casi di revoca e decadenza dei medesimi e la modifica della legge elettorale. Il V-Day nato da una proposta di Beppe Grillo di riunirsi nelle piazze non ha raggiunto il suo obbiettivo tuttavia ha ottenuto secondo quanto riportato dal comico stesso 336.144 firme contro le 50 mila necessarie per la presentazione, in Parlamento, di tale proposta di legge di iniziativa popolare.

Il V-Day raccolse l’adesione di numerose personalità, alcune delle quali produssero videomessaggi, poi proiettati nelle piazze dell’iniziativa. Oltre ai sostenitori abituali delle “battaglie” del comico genovese e ai lettori del suo blog, il V-Day ha visto una inedita partecipazione da parte di esponenti del mondo della politica, dello spettacolo e del sociale, che hanno manifestato la propria opinione positiva per iscritto o tramite auto-interviste video, diffuse da Grillo tramite il suo blog Youtube, tra questi ricordiamo l’ex parlamentare Antonio Di Pietro e i cantanti Fiorella Mannoia e Luciano Ligabue.

Dunque le attività che essi svolgono si alternano tra impegni tradizionali offline quali volantinaggio, banchetti, manifestazione, raccolte di firme e numerosi eventi mirati nel creare una certa consapevolezza su determinate tematiche affiancati a un’attività online, che prevede forum del meetup, siti web creati ad hoc, blog, wiki. Personalmente credo che il successo del movimento 5 Stelle sia dovuto alla crisi delle tradizionali forme politiche e sia riuscito ad incarnare in sé molti presupposti del malcontento popolare. Così divenendo il partito del popolo e dandogli la giusta attenzione si è riuscito ad inserire come l’unica alternativa possibile ai partiti di stampo classico durante le elezioni del 2013 e per far ciò grande aiuto l’ha trovato nella rete.

Capitolo 3

Effetti collaterali: la rete e l’inganno partecipativo

3.1 La diseguaglianza nella rete e il caso italiano: internet non è un paese per vecchi

Nel mix di quelli che sono i benefici, vantaggi, comodità, opportunità dettate dalla rete, guardare ad essa in termini euforici ed ottimistici è senza dubbio comprensibile, tuttavia non ci si deve dimenticare di quelle che son le problematiche e le difficoltà della rete.

Ciò che viene spontaneo chiedersi è se in rete siamo tutti uguali, dunque se lo pone anche questa tesi: lo siamo?

La diffusione repentina di internet e delle nuove tecnologie ha portato alla nascita di numerose controversie che da un lato vedono coloro che sostengono che le nuove tecnologie siano un bene per l’umanità e per la diffusione del sapere; dall’altro, si sono sollevate aspre critiche riguardo l’ineguale diffusione di tali mezzi, che andrebbero a favorire solamente un nucleo ristretto di persone. Tale preoccupazione, associata all’uso di internet, prende il nome di “Digital Divide”. Quest’ultimo prende anche il nome, nella sua forma italianizzata, di “divario digitale” e lo si deve intendere come il gap esistente tra chi ha accesso effettivo alle tecnologie dell’informazione – in particolare personal computer e internet – e chi ne è escluso, in modo parziale o totale.

Divario, disparità, diseguaglianza digitale rappresentano in sostanza le difficoltà di alcune categorie sociali o di interi paesi. Nel caso specifico italiano vediamo che il gap si divide tra sud e nord, tra differenti realtà socio-economiche.

Il primo importante dato è che gli italiani si informano principalmente attraverso la televisione, i servizi offerti dal cellulare e la radio. La lettura dei quotidiani e riviste è pressoché invariata negli ultimi anni, mentre sembra in forte crescita l’utilizzo di internet e della connessione via smartphone.

In Italia, dunque, il numero degli utilizzatori della rete è in forte crescita: ci si connette da casa e dal lavoro, mentre le scuole ancora non hanno né la cultura né l’attrezzatura dell’accesso. Quest’ultimo, in Italia, è indipendente dalla densità demografica: dunque, sebbene il sud sia maggiormente popolato, è il nord a detenere una partecipazione maggiore di “cybernauti”. In relazione alla popolazione, internet è usato maggiormente nelle grandi città rispetto ai centri minori: ciò dovrebbe essere dovuto anche all’assenza di ADSL nelle ultime.

La maggior parte degli utenti italiani ha almeno un livello di scuola superiore e la rete è per lo più impiegata da imprenditori, impiegati, insegnanti, studenti e professionisti. L’età media di chi utilizza la rete va fra i 25-34 anni, sebbene gran parte della popolazione sia costituita da over 64. Infatti, riportando la fonte Ceccarini e Di Pierdomenico, internet ha tra i giovani un impatto decisamente forte, che va in calando con il progressivo aumento dell’età. Sempre seguendo tale fonte è possibile giungere alla conclusione che i giovani, conoscendo la rete e sapendone le dinamiche – in quanto “nativi digitali” – la ritengono più affidabile e con un minor rischio di controllo e manipolazione, dunque più libera. Tale pensiero va a dispiegarsi, invece, con il crescere dell’età. Concludendo dunque si può sostenere che fra le problematiche della rete, legate alla partecipazione una di particolare evidenza è data dal fatto che il Web sia popolato per lo più da giovani e medio-adulti. Si può dire che la partecipazione online, e quindi il modo di percepire questa tecnologia, non avvenga per tutti alla stessa maniera e, al tempo stesso, il divario digitale presente ad oggi in Italia non garantirebbe a tutti egual opportunità.

3.2 L’io in rete: individualismo digitale

Con l’avvento delle reti sociali all’interno della società si vengono a creare tre importanti dinamiche44. Le prime due sono facilmente individuabili, si tratta dell’incontro e della comunicazione, mentre l’ultima è più celata.

Mentre l’incontro e la comunicazione sono osservabili immediatamente poiché l’utente che partecipa online sa che si trova nella condizione/necessità di incontrare altre persone e di comunicare con esse, la terza dimensione, quella individuale, ovvero la creazione d’identità, dell’io proiettato nella rete, è più nascosta. Nonostante nella rete nascano opportune piattaforme che hanno come intento principale quello di creare comunità, di formare una collettività, l’individualismo digitale sembra un paradosso, ma non lo è.

Secondo i critici di internet e le inchieste dei media svolte, talvolta fondate su studi di ricercatori accademici, mostrerebbero che la diffusione di questo stia portando a un isolamento sociale. Di conseguenza internet è stata accusata di spingere gradualmente le persone a vivere le proprie fantasie online sfuggendo al reale. Seguendo gli studi di Barry Wellman e colleghi, e del Pew Institute’s Internet and American Life Project (2000) sembrano indicare che Internet è efficace nel mantenere i legami deboli, ovvero quei rapporti che si perderebbero nello scambio tra l’impegno dell’interazione fisica (compresa l’interazione telefonica) e il valore della comunicazione.

Si ha un cambiamento che vede un rapporto con la rete decisamente più individualistico: “le nostre società sono sempre più strutturate attorno a un opposizione bipolare tra la Rete e l’io” (Castells,M. 2008).

Secondo Wellman si dovrebbe parlare di “comunità personali” (Wellman, 1999) ovvero la tendenza della società moderna, degli individui stessi, a privatizzare la socialità e cioè a creare una rete di relazioni che viene vissuta dall’utente come un rapporto che gravita su di sé.

E’ proprio perché l’utente assume un potere che lo rende più attivo, più valorizzato che si assiste all’aumento dell’individualismo di rete.

L’individualismo dunque permea la rete e da questo ne deriva un fenomeno particolare: l’ego-network. Questo deve essere inteso come una rete sociale di individui con legami interpersonali informali, che varia da una mezza dozzina di intimi a centinaia di legami deboli.

Un esempio di ego-network è facebook e l’insieme degli utenti potrebbero definirsi come una “moltitudine solitaria” (Hardt, Negri, 2002).

Ora brevemente si cercherà di mettere in luce cosa si intende per ego-network attraverso l’analisi di due aspetti di facebook:

1. l’amicizia. Su facebook le amicizie sono multiple e onnipresenti e appaiono oggettivamente come amicizie fuori-luogo, risultando essere amicizie senza famigliarità, espatriata, straniera. Spesso le persone che vengono aggiunte sono ripescate dal passato, oppure si tratta di amici di amici, di gente vista nella vita reale ma mai conosciuta o di persone che effettivamente non si conoscono, ma che si sono aggiunte per “educazione”. Infine è possibile dire che c’è anche la cerchia ristretta di quelle che sono le amicizie anche dell’offline;

2. La privacy. Nel nuovo mondo comunicativo anche l’intimità è divenuta differente, infatti nella ricerca di Chiara Giaccardi su “Le relazioni comunicative e affettive dei giovani digitali” si nota come in base alle differenti posizioni che si ricopre si ha un uso della privacy piuttosto che un altro. Riassuntivamente si è visto che i coetanei, che differenziano chi per studio chi per lavoro, hanno una concezione diversa della propria esibizione. I primi sembrano non dare particolare importanza alla privacy: “su facebook praticamente tutte le informazioni […] Religione, status, anno di nascita e… non so cos’altro si possa mettere…[…] profili visibile integralmente a tutti, anche ai non amici mi capita di conoscere molte persone nuove; e quindi… ecco, non… mi piacerebbe, insomma, che tutti, poi, riuscissero a contattarmi e… insomma, ecco.” (maschio, 24 anni, studente); spesso infatti il loro profilo è di libero accesso e chiunque può vedere le foto, leggere gli status e accedere alle informazioni personali, mentre per i lavoratori c’è un’attenzione maggiore a tutto questo, spesso perchè vi sono colleghi e dunque le informazioni divengono private, la cerchia di amicizie si restringe a quella un po più intima;

Questi sono solo due delle possibili particolarità che si potrebbero analizzare su facebook, andrebbero aggiunti gli status, le foto, le posizioni in cui ci si trova, gli avvenimenti in cui si va. Nei profili personali la privatizzazione della socialità acquista visibilità e diviene pubblica, tanto che la stessa lista di amici diventa un marcatore di identità47.

Concludendo, facebook può divenire un palcoscenico in cui si ha i riflettori puntati addosso, un palcoscenico di esibizione di sé, un luogo in cui farsi vedere, in cui aumentare la propria autostima, in cui sentirsi parte di una grande famiglia di cui si conosce ben poco, ma soprattutto ci si sente esclusi dal rifiuto e tutto si riconduce a questo ultimo aspetto: si fa di tutto per evitare di essere rifiutati.

Anche l’agire in rete può divenire un modo per non sentirsi esclusi e potrebbe operarsi un tipo d’azione definita leggera e riassumibile in un gesto: un click.

3.3 Il fenomeno del Clicktivism

Il termine Clicktivism è definito dall’Oxford English Dictionari come “the use of social media and other online methods to promote a cause” ovvero l’uso di social media e altri metodi online per promuovere una causa.

Accanto a questo termine spesso si trova anche quello di Slacktivism, e vede la  fusione di slack/slacker/slack off (scansafatiche, battere la fiacca) con activism (attivismo). Lo slacktivism impazza sui social network, dove molti utenti pensano che sia sufficiente mettere un “mi piace” per sentirsi persone civilmente impegnate e responsabili.

Vittime del clicktivism sono i giudizi verso le petizioni e l’insuccesso di San Precario.

San Precario altro non è che il primo nome del Popolo Viola, un movimento di attivismo politico italiano, registratosi anche come primo caso, anche se in assenza di dati empirici sistematici sugli usi politici dei social network, a essere considerato indicatore di un utilizzo politico di facebook.

Questo movimento nasce in occasione di una manifestazione politica, il NO B-DAY, nel 2009 e decise di chiamarsi così perché il viola rappresentava l’apoliticità dell’organizzazione e l’impossibilità di una strumentalizzazione per fini politici.

Nonostante i Blogger che hanno creato la manifestazione abbiano cercato di smorzare l’enfasi per facebook attribuendogli un ruolo meno efficace e debole rispetto ad altre forme di auto-comunicazione – come i blog-fotocopia – secondo quanto riferito dagli organizzatori l’utilità del social risiedeva nel mettere in luce la notizia, nello sponsorizzarla e divulgarla ed è stato inoltre un utile mezzo per la comunicazione interna e il coordinamento.

Le iniziative del movimento son state da subito accolte positivamente dai cittadini e simpatizzanti ma il divario fra il consenso raccolto sul social e la partecipazione effettiva dell’offline ne ha determinato l’insuccesso. Nonostante facebook sia stato per il movimento un riflettore puntato addosso, e abbia permesso il coinvolgimento di cittadini, è di comune accordo fra gli organizzatori e i sostenitori del movimento che vi è una frattura non sempre colmata fra online e quella offline.

In questa organizzazione dunque il numero di “mi piace” ottenuti su facebook non si traduceva mai in altrettanti partecipanti ad eventi e sit-in dell’impegno fisico. Il Popolo Viola venne percepito come il prodotto di questa contraddizione guadagnandosi l’appellativo di movimento “mancato”: secondo quanto rilasciato da un organizzatore, è stata la mancanza di una presenza nel mondo reale che fosse un minimo strutturata il grande problema di questo movimento. Anche il mondo delle petizione come quello di Avaaz o Change.org sembrano rientrare in questo fenomeno. Change.org ha recentemente festeggiato i suoi 2 milioni di utenti registrati in Italia. Il meccanismo di quest’ultimo è uguale a quello che è stato spiegato nel secondo capitolo per le petizioni online.

Tuttavia l’incontrollabile lancio delle petizioni, Change.org ne ha fatte oltre 15 mila in un solo anno e mezzo, spesso danneggia quelle petizioni sensate e utili che a causa di un “information overland” non vengono neanche prese in considerazione. Il fastidio che viene percepito dalla quantità di petizioni che ogni giorno prendono avvio attraverso la rete è molto sentito e, se è vero che dietro vi è una certa strategia in cui più ne fai girare più possibilità hai che qualcuna venga presa in considerazione, questo non fa altro che aumentare il pregiudizio sulla loro inutilità.

A far riflettere sul fenomeno da click è stata anche la campagna pubblicitaria in cui si legge: liking isn’t helping. Questa campagna pubblicitaria realizzata per Crisis Relief Singapore – opening doors trought God’s love è vincitrice di un leone d’oro al Cannes Lions International Festival of Creativity 2013 e, rifacendosi al “mi piace” di facebook, ha l’intento di smuovere la coscienza di chi crede che la guerra, la povertà, terremoti e inondazioni, siano drammi a cui sia possibile porre fine semplicemente attraverso un “like”. La campagna realizzata da Publicis Singapore per l’associazione umanitaria CRS vuole denunciare questo tipo di attivismo da click dove i mi piace sono uno dei modi più semplice per fare un tipo di attività virale che, anche se aiuta a diffondere in rete le problematiche di cui trattano, sembra non risolverle.

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Conclusioni

La conclusione a questa tesi non è così semplice come si possa credere. Dopo aver letto l’ultimo capitolo e, specialmente dopo aver visto anche l’immagine della campagna pubblicitaria, si potrebbe dire che alla fine l’attivismo online sia inutile o, se non tale, fuorviante da quelle che sono le necessità reali della vita offline. Così dicendo si arriverebbe a rendere inutili le petizioni che giornalmente le persone firmano, a sminuire i valori politici che su facebook girano e che accomunano numerose persone, ma così non è.

Dunque bisogna concludere dicendo che forse è necessaria non più tanto una quantità di partecipazione online ma una qualità di questa: poca ma fatta bene. Inoltre, affinché essa sia credibile, dovrebbe aver affianco, sempre, anche un tipo di partecipazione offline.

La rete deve aver il compito di incoraggiare gli utenti ad attivarsi anche fisicamente perchè è vero che un click non aiuta, un like non aiuta, ma se a questi corrisponde una presa di coscienza che si concretizza in un attivismo offline allora ecco quella qualità della rete che è fatta di possibilità di incontro, conoscenza dei fatti, condivisione di esperienze.

Le petizioni, così come i gruppi su facebook hanno una loro utilità e questa altro non è che divulgare, informare, far conoscere. Per far ciò e, citando Castells, per poter fare di internet quello che siamo vi è bisogno di una educazione al digitale ed essere in grado di sfruttarlo per riportare un tipo di cittadinanza attiva, una condivisione di ideali che sembra dissiparsi nel frastuono del mondo e che in internet invece ritrova voce, ritrova legami, armonia. Ora… internet non deve essere la nostra realtà, ma deve affiancarla, deve divenire uno strumento per migliorarla ma non sostituirla.

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Parliamo di violenza

Ieri, anche se non amante del PD, ho deciso di prender parte a una conferenza tenutasi alla festa dell’Unità di Modena. Un po per interesse sul tema, la violenza sulle donne, e un po per curiosità.

Cosa è stato detto? Tutto quello che già si sa riguardo al tema: che i politici si stanno impegnando, che le parlamentari del PD hanno avuto una forte posizione affinchè venisse rettificata la convenzione di Istanbul, che è un’atteggiamento quello della violenza sulle donne all’interno delle mura domestiche radicato della mentalità-cultura della società stessa.

Su cosa poggia il trattato? Riassuntivamente si basa su 3 punti fondamentali, anche chiamate le 3P:

1. Posizione dell’aggressore

2. Protezione della persona

3. Prevenzione

Secondo le rappresentanti delle istituzioni si è visto nel tempo un passo avanti verso il problema, ovvero che si sia sviluppato un certo mutamento dello scenario sociale: la donna non è più vista come colei che lo stupro lo provoca, ma che vede una certa voglia di reagire.

Tra le varie argomentazioni ho trovato 2 aspetti molto interessanti: il primo quando si è parlato di comunicazione e media, cosa che studio e in cui mi son trovata pienamente d’accordo con quello che è stato detto a riguardo, e secondo che si siano aperti dei centri di riabilitazione non tanto per la donna quanto per l’uomo aggressore.

Della comunicazione si possono avere tanti pareri ma a essa bisogna attribuire la riuscita dello smascheramento della voiolenza all’interno delle mura domestiche, in quanto mezzo che ha messo in risalto, evidenziato e ripetuto il fenomeno e che ne ha dunque dato visibilità. I media sono riusciti a far uscire questo problema dal vortice del silenzio, ma  essi sono anche portatori di aspetti negativi, quali quello di incentivare una narrazione e distribuzione di stereotipi. (per spiegare la creazione di stereotipi e media, dell’uso di certi linguaggi, di certe ripetizioni d’immagine bisognerebbe effettivamente dedicarci un’altro articolo, e chi lo sà magari lo farò! )

Tra questi stereotipi c’è l’idea di una donna rappresentata sempre in un certo modo: essa ha un certo ruolo, un certo carattere, un certo lavoro; così come per l’uomo che è sempre visto in un’identikit dell’uomo nero, cattivo, violento.

La narrazione di stereotipi porta alla cancellazione della storia della donna e manda avanti solo una sorta di involontaria “giustificazione” del fatto: gelosia, un momento di rabbia..

Del secondo aspetto che mi ha colpito e che ho ascoltato davvero piacevolmente, riguardante l’attività di recupero dell’uomo, ho apprezzato l’idea che non necessariamente l’uomo violento abbia un’identikit prestabilito e che sia da assoggettare all’idea di cattivo. Lo psicologo che ha parlato ha chiaramente spiegato che si va dai più disparati casi, dal disoccupato al manager, allo studente universitario e che spesso non sono mai i primi ad andare spontaneamente in questo centro, ma vanno dopo una serie di conseguenze: denunce, abbandono della compagna..

Abbandonata l’idea che vi è una donna che si merita di essere violentata e un’uomo cattivo che è cattivo perchè lo fa, la domanda viene comunque spontanea farsela: Qual’è il problema?

Il problema è che si punta molto poco su una di quelle tre P che ho elencato prima: PREVENZIONE, che dovrebbe venire prima della PROTEZIONE perchè se riesco a fare la prima non necessito di arrivare alla seconda.

Le associazioni che durante il dibattito sono intervenute hanno parlato proprio di questo. L’importanza di educare sin da bambini all’interno delle scuole. Di formare maestri e professori e di portare avanti con loro progetti che possano insegnare a come vivere le relazioni di genere.

Ma non solo questo, si è parlato di fondi, di risorse, assolutamente necessarie.

Cosa ho capito io? Nulla di più di quello che già pensavo. Le leggi rimangono leggi, cose scritte che non hanno traduzioni pratiche, i problemi di una mentalità sessista e maschilista, se non si partirà dalle scuole e dalle stesse famiglia, rimarrà un fulcro della nostra società e che di Violenza si deve parlare ma bene. Che i media venghino sfruttati meglio e che la politica apra realmente gli occhi sul problema.. perchè alla fine di tutto se le violenze rispetto ai dati ISTAT sono ancora troppe vuol dire che qualcuno non denuncia, o se denuncia lo fa dopo l’accaduto, dunque bisogna arrivare prima e per arrivare prima le persone devono fidarsi delle istituzioni.

 

Non è un uomo colui che picchia una donna.

 

Chiara

Parliamo di Marò

Con questo post so benissimo di aggravare la mia situazione filosofico-politica della vita, ma d’altro canto siamo in un paese in cui la libertà d’espressione è concessa anche fin troppo a troppe persone, dunque mi vedo costretta a dire la mia.

Non è un pensiero che parla di sinistra o di destra, ma di logica, etica e sensatezza. Sulla questione Marò ci sono troppe posizioni, ma quelle che mi danno ancora più rabbia sono coloro che esprimono pensieri riduttivi e semplicistici come

Questi 2 sono stati gli unici a sparare a 2 barchette del cazzo in India , cosa che dovremmo fare tutti i giorni sul mediterraneo tra l altro invece che accogliere tutti sti disperati come se noi avessimo il paradiso …. Andiamoceli a prendere con la forza , possibile che dobbiamo farci mettere i piedi in testa da questi 4 così bruciacchiati ??!!! Che vergogna di paese …. tempo fa si sarebbe risolta in poche ore la cosa …

O citando la stessa figlia di uno dei due marò, che ieri sembra essere stato colpito da un lieve malessere

Vi preoccupate di portare qui gli immigrati che bucano le ruote perché vogliono soldi e non vi preoccupate dei vostri fratelli che combattono per voi, e alcuni perdono la vita. Italia paese di merda, mi fai schifo.

Ecco a me vengono i brividi.

Anzitutto per la cattiveria con la quale deliberatamente si sceglie di accusare tutta una categoria di persone e di restare nel vortice di panico vizioso, dal quale sembra che non si voglia uscire, continuando a incentivare quelli che sono stereotipi erranti e semitismo a gratis.

Ora, credo che tutti sappiano la situazione dei Marò e la loro storia, tuttavia il mestiere mi ha insegnato che non bisogna dar nulla per scontato.. la domanda principale è: Perchè stiamo parlando di loro? Chi sono? E soprattutto che ci fanno in India? Ripercorriamo brevemente la vicenda.

Salvatore Girone e Massimiliano Latorre impegnati nel servizio di anti-pirateria sulla petroliera Enrica Lexie, il 12 Febbraio 2012 vengono accusati di aver ucciso due pescatori indiani: Valentine Jalstine e Ajesh Binki.

Da qui cominciano numerose trattative diplomatiche fra Italia, che rivuole portare in patria i propri uomini, e l’india che, giustamente, nonostante il tutto sia avvenuto in acqua internazionali, vuole vederci chiaro sul caso.

Dico giustamente per un chiaro e semplice motivo che esprimerò citando lo stato di Roberto Vecchioni che risponde all’offensivo messaggio citato sopra della figlia di Latorre:

Alla figlia del Marò Latorre fa schifo l’Italia.
Anche le famiglie di Valentine Jalstine e Ajesh Binki, i due pescatori crivellati dai Marò, la pensano nella stessa maniera.

Questa frase esprime tutto il mio pensiero a riguardo: ricordiamoci che hanno pur sempre ucciso qualcuno, che si voglia volontariamente o involontariamente, e che dunque come avremmo preteso rispetto se il tutto fosse accaduto inversamente così, questo rispetto, va dato alle famiglie di questi due pescatori.

La solidarietà non è solo italiana.

Chiara