Vivere il mio tempo

Tempo

Il tempo per alcuni è tiranno,

per molti è infinito, è noioso,

per altri è un sollievo.

Il tempo passa, sta passando e passerà.

Il tempo può essere un caro amico,

un infame nemico, una carogna,

un conoscente con cui trascorrere qualche ora

a berci insieme del vino.

Il tempo non si ferma,

e io neppure.

Lo sfido, mi arrendo, lo invoco, lo maledico.

Voglio tempo, voglio più tempo,

voglio più tempo per assaporare le risate della gente,

gli sguardi degli innamorati,

le rughe sul volto dei vecchi,

voglio più tempo per sentire il vento sulla pelle,

per distendermi su un prato verde,

per guardare il mare perdersi nella notte

e sentirlo parlare, lamentarsi, scusarsi.

Voglio più tempo per baciarti

e allora vorrei anche poterlo fermare.

Non mi importa, tempo, passa pure

vai avanti, mi trovi qua,

sempre qua,

come una donna che vuole un cambiamento,

come una folla in rivolta,

come una madre che aspetta un figlio,

mi trovi qua.

E allora vai tempo, vai.

Firenze

Firenze, oh bella Firenze,

Mentre gli altri camminano e guardano,

Io scorgo la tua bellezza nel perdermi fra la gente,

In strade che non conoscono.

Perdersi fra i sorrisi dei turisti a ponte vecchio.

Fra un calice di vino al Santo Spirito.

Firenze, oh bella Firenze,

Di te parlano poeti, scrittori,

Viandanti, giramondo,

E poi parlo io che riesco solo a dire:

Firenze, oh bella Firenze, strappami il cuore piano.

Chiara

Parliamo di Poesia

Quando parlo di poesia è un tema che accolgo sempre con calore. Per me la poesia è in grado di parlare meglio di chiunque altro dei sentimenti, delle condizioni dell’essere.

Oggi dedico questo piccolo post a una grande donna: Alda Merini, la cui sofferenza e solitudine è facilmente percepibile in ciò che scrive, in come lo scrive. Lei, per me, è stata una donna coraggiosa, dalla vita travagliata, che è riuscita a fare del proprio malessere un dono. Si è portata addosso tutto il male dell’essere donna, madre, malata, amante. 

Nasce il 21 marzo del 1931 a Milano

“Sono nata il ventuno a primavera,

ma non sapevo che nascere era folle.”

Donna di grande spessore la Merini sin da giovane comincia a soffrire di quelle che lei stessa definisce

“le prime ombre della sua mente”

Una vita alternata tra sanità e malattia dovuta al suo essere affetta da disturbi bipolari, tra amori folli e difficili. Madre di 4 figli, avute dal marito Ettore Carniti, un operaio, un lavoratore con la quale ha aperto una panetteria. Lei stessa dichiara

“poi abbiamo preso una panetteria in via Lipari, non è che proprio facevamo il pane, era solo una rivenditoria. Mi chiamavano la fornaretta.”

Il rapporto con le figlie è stato difficile, proprio a causa della sua malattia e del rapporto con il marito. Un rapporto fatto di assenze e presenze:

“Di noi quattro sorelle, io sono la maggiore – nata nel 1955 – e quella con più ricordi. Fino ai miei 6 o 7 anni la vita in famiglia era stata abbastanza gradevole, con momenti belli e dolci. Ma dopo la nascita di Flavia, nel 1958, nostra madre andò in depressione e non le restò abbastanza energia per dare a mia sorella le attenzioni che chiedeva. Flavia fu mandata a vivere per dei periodi dalla nonna materna, e lì cominciò la sua difficile vita di figlia a singhiozzo. Il punto di non ritorno, quando la mamma si ammalò davvero, arrivò nel 1966. Io avevo 11 anni, Flavia 8, Barbara e Simona non erano ancora nate. Mio padre, che era un uomo molto chiuso, un giorno disse che usciva per andare a un funerale e tornò dopo due giorni. Non abbiamo mai saputo dove sia stato. Mia madre fu presa da una terribile ansia, lo cercò disperatamente e, quando papà tornò, gli chiese conto di dove era stato. Lui non rispose, scoppiò una scenata violentissima. Mio padre non seppe gestire il litigio. Invece di calmarla, chiamò qualcuno al telefono: non abbiamo mai saputo chi. Poi portò me e Flavia dalla portinaia, risalì e poco dopo sentimmo nostra madre che gridava mentre la trascinavano giù per le scale. La sera stessa papà ci portò a Torino, da parenti che quasi non conoscevamo. In poche ore era sparita la nostra famiglia, non avevamo più una casa e nemmeno dei genitori. Quando ci penso, sento dentro le stesse sensazioni di allora: terrore, disperazione, senso di impotenza.”

Una vita fatta di entrate e uscite dagli ospedali psichiatrici, riprese e ricadute. Di lei ci sarebbe ancora molto da dire, sensibile, fragile, intelligente e terribilmente sola, dei suoi amori sbagliati. A me piace ricordarla così, con una delle sue poesie più belle:

Io non ho bisogno di denaro 
ho bisogno di sentimenti  
di parole  
di parole scelte sapientemente 
di fiori detti pensieri 
di rose dette presenze 
di sogni che abitino gli alberi 
di canzoni che facciano danzare le statue  
di stelle che mormorino  
all’orecchio degli amanti. 
Ho bisogno di poesia  
questa magia che brucia  
la pesantezza delle parole  
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.             

 

Grazie cara amica.

Chiara